Vincitrice del Garfagnana in giallo – Barga noir 2019 per la sezione miglior romanzo edito “Il delitto di via Crispi n. 21” di Lidia Del Gaudio. Da non perdere!

LES FLEURS DU MAL - BLOG LETTERARIO

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LIDIA DEL GAUDIO HA LA CAPACITÀ DI RENDERE REALE L’IRRAZIONALE.

A 80 ANNI DALLA4 PROMULGAZIONE DEL MANIFESTO DELLA RAZZA, UN THRILLER STORICO CHE TIENE IL LETTORE INCOLLATO ALLA SEDIA.

UN ROMANZO A CAVALLO TRA LA NARRATIVA E IL MISTERO, IN CUI SI LEGGE MOLTO BENE LA PASSIONE DI QUESTA AUTRICE PER LA STORIA.

Sinossi:

1938. Il commissario Alberto Sorrentino viene richiamato con urgenza in città per indagare sulla morte di tre ragazze vittime di un tagliagole, che ha lasciato sui loro corpi incisioni incomprensibili e sulla scena del crimine un messaggio altrettanto misterioso. Sei anni prima, Sorrentino aveva risolto dei casi simili e il questore Massari spera che possa dare una svolta anche a questa indagine che sta mettendo a dura prova la questura. Le pressioni degli apparati di regime sono forti: una delle vittime era tedesca e lavorava in una rivista legata alla gioventù hitleriana. Dopo qualche giorno, alla…

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Garfagnana in Giallo Barga Noir 2019: i finalisti romanzi editi

Garfagnana in Giallo | Barga Noir

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Finalisti romanzi editi.
Delitto in via crispi n21 – Lidia Del Gaudio – Fanucci
Nero di Siena – Mario Falcone – Ianieri
Chiedi al passato – Flumieri & Giacometti – Amazon
L’uomo con la testa di Scarabeo – Roberto Gassi – Les flaneurs
La Gabbia – Francesca Gerla – Emersioni
Rose Bianche sull’acqua – Erica Gibogini – Morellini edizioni
La pelle del lupo – Fabio Girelli – Edizioni del Capricorno
Formule mortali – Francois Morlupi – Edizioni croce
La mossa del Gatto – Sonia Sacrato –  Golem edizioni
Ricorda il tuo nome – Nicola Valentini – Leone Editore
Asia – Roberto Van Heugten – Homo scrivens
Lei era nessuno – Letizia Vicidomini – Homo scrivens

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La luna in gabbia

“Questo è uno dei difetti di chi torna: vorrebbe ritrovare tutte le cose come le aveva lasciate, ma non succede mai.”

Un viaggio nella semplicità dei ricordi di un tempo passato, eppure ancora vivo nella memoria di molti di noi, e la curiosità per il mistero che circonda il presente, tutto disposto con sapienza nel vassoio della vita, come le “cacciate” dei dolci che l’educazione imponeva di non prendere mai per primi.

Il libro di Maria Sardella – La luna in gabbia (Ed. Pubgold) – è un  patchwork di storie e personaggi della memoria collettiva, impreziosito da graziose illustrazioni a matita.

 

LA MAREGGIATA IN UN BARATTOLO

Il romanzo d’esordio di Chiara Menardo, appena pubblicato da HarperCollins Italia (eLit), convince per la scrittura e per l’intreccio del racconto, svolto su diversi piani temporali e definito da una serie di passaggi sconvolgenti. Chiara Menardo manovra le parole con fluida abilità, mentre descrive un certo modo attuale e nevrotico di considerare i rapporti umani, ma è persino più brava, qualità, questa, degli ottimi scrittori, a creare empatia nei confronti di una protagonista cinica e spregiudicata, per la quale finiamo per provare compassione e solidarietà, nonostante tutto.

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Intenso e genuino

Lino tornava a casa, Margherita stretta a lui sulla moto. I colori dell’estate ormai accesi, i profumi intensi. Infilò la complanare e rallentò, curvò a destra, Margherita si aggrappò più forte e lui si sentì felice, più felice di quando era partito qualche anno prima, illudendosi che la libertà si trovasse tra il chiuso di città fumose. Percorsero altre strade, più interne, si persero tra l’azzurro carico dell’orizzonte, li impolverò la terra rossa e secca, fino ai muretti di pietra bianca a custodire alberi secolari. Alcuni col loro aspetto parevano implorare compagnia, così scesero e si sfilarono i caschi. Il vento fu carezza sui volti arrossati e tra i capelli.
«Allora, ti piace?» disse Lino, ma non si aspettava lo sguardo in-cantato di Margherita al cospetto dell’uliveto.
«Magnifico, non me lo immaginavo così».
Si avvicinarono a un tronco, lui le prese le mani e insieme toccarono la corteccia.
«Lo sai che questo è un dono degli dei?».
«Che vuoi dire?».
Lino sorrise.
«Ecco, questa pianta preziosa fu tratta dalla terra in occasione di una gara che il padre Zeus aveva indetto tra i suoi figli, lassù nell’Olimpo, per premio la sovranità dell’Attica. Alla fine rimasero in lizza solo Atena e Poseidone. Il dio del mare allora fece emergere dalla spuma delle onde uno splendido cavallo, ma quando Zeus vide «Quindi?».
Margherita sentì che qualcosa di bello stava per succedere nella sua vita. Lino si frugò nella tasca dei jeans, le consegnò l’astuccio blu.
«Ho pensato che nessun posto fosse migliore per questo».
Il suo sguardo le sembrò ardente più della terra che calpestavano e sgombro come il cielo sopra di loro. Osservò commossa il cerchietto d’oro, proprio quello che gli aveva indicato un giorno, per scherzo, nella vetrina di un negozio, ormai lontano e scolorito. Le sembrò che il loro amore stesse crescendo con la stessa potenza di quell’albero, l’emozione le tolse le parole. Lui le infilò l’anello e la tenne abbracciata fino a quando la luce non cambiò sostanza.
«Mo’ che dici se ci andiamo a mangiare una bella bruschetta?» disse poi tra il serio e il divertito.
Ecco com’era Lino, pensò Margherita, uguale uguale alla sua ter-ra e all’olio che produceva, intenso e genuino. A volte un po’ piccante.

IL GIOCO

Il gioco

Quell’inverno venne a trovarci anche mio cugino Pietro. Bello e pieno di vigore, portava i capelli neri e spettinati, al contrario dei miei, che, lisci e discriminati tristemente da un lato, mi facevano assomigliare a una femminuccia. A quattordici anni, due più di quelli che avevo io, Pietro sembrava già un uomo, una evidente peluria scura gli era cresciuta al di sopra del labbro superiore e si notava in lui qualcosa di mutato e fiero. Anche l’abbraccio che mi riservò fu diverso e distaccato, negli occhi un luccichio commosso. La morte del nonno mi aveva sconvolto e sarei scoppiato volentieri in lacrime contro il suo petto, ma mi trattenni per non fare la figura del bamboccio.

Pietro mi coinvolse subito in un nuovo fantastico gioco.

“Vieni, dai, che ci sono novità!” disse, mostrandomi una pagina di giornale.

“E cioè?” allungai il collo, ma riuscii a leggere solo la parola Serajevo, prima che lui ripiegasse il foglio con sufficienza e se lo rimettesse in tasca.

“Ma come, non sai che hanno assassinato l’Arciduca Francesco Ferdinando?”

“Assassinato? E perché?”

“Ecco, per papà si tratta di terroristi anarchici, gente pericolosa. Dice che presto entreremo in guerra pure noi!”

La parola guerra da un lato mi turbò, ma dall’altro mi riempì il cuore di entusiasmo, al pensiero del tricolore e della fanfara dei bersaglieri, mi richiamò alla mente termini come eroe, sacrificio, patria. Per il gioco montammo una specie di tenda in giardino, fui nominato attendente dello Stato Maggiore del nostro esercito, dopodiché ci sistemammo seduti a gambe incrociate a organizzare piani di battaglia e mappe dettagliate.

“Ora non ci resta che firmare i documenti per le reclute, io detto e tu scrivi!” mi intimò Pietro e lo ammirai ancora una volta per la bellezza e la sicurezza che mostrava, affatto preoccupato per lo scenario tragico che si stava preparando nelle nostre vite. Passammo così l’intero pomeriggio o, almeno, fino a quando non si udì un urlo terrificante dalla cucina. I miei genitori e tutti accorsero, temendo che Rosa, la cuoca, potesse essersi ferita con qualche coltellaccio. La trovammo che piangeva disperata, le lacrime che dalle guance colavano sopra la pasta frolla già ben stesa sulla spianatoia di legno, incapace di spiegarsi che fine avesse fatto lo stampo per i biscotti. Di certo nessuno poteva immaginare che lo avevamo usato, Pietro e io, intinto nell’inchiostro, come il timbro perfetto della nostra personale dichiarazione di guerra.

Quello fu l’ultimo gioco davvero spensierato, dopo qualche mese mio padre partì per il fronte.

 

 

LA CURVY

Il fatto è che non avrò più un armadio così grande. pensò entrando in camera, e intendeva qualcosa di simile al guardaroba laccato color crema, che occupava tutta la parete di fronte al letto. La vita cambiava e così le necessità, gli spazi. Guardò Meri in cerca d’aiuto e quella alzò le spalle come a dire: insomma, perché ti disperi, ci sono io, come sempre, a prendere tutto quello che decidi di darmi, tanto mando a Ucraina.

Sapeva che almeno per Meri accumulare non sarebbe stato un peso, perciò le disse: «Scegli quello che vuoi» e Meri si preparò a riempire parecchie buste, dopo aver arrotolato fino ai gomiti le maniche della maglietta rossa e spinto i capelli biondi e sottili dietro le orecchie.

Passarono la mattinata a tirare giù cappotti e abiti dalle grucce. Meri chiese anche se poteva prendere alcune lenzuola che le piacevano – proprio quelle che lei aveva già previsto di darle e per cui non si sorprese – e, per fortuna, gli asciugamani con le applicazioni di merletto che detestava. Altri capi decisero invece che sarebbero stati meglio nei cassonetti dell’usato. Che poi, si sapeva, qualcuno ci avrebbe guadagnato rivendendo tutto, alla faccia della carità, ma tant’è.

Mentre guardava metter via gran parte della sua vita nei borsoni, continuò a ragionare sul fatto che le cose prima o poi bisognava lasciarle in ogni caso e quindi era meglio farlo per propria volontà e con soddisfazione.

Alla fine, svuotarono tutto, ma proprio tutto, finché sul fondo di legno rimase un solo oggetto: quello strano porta collane a forma di donna curvy, gonna scozzese, top variopinto e cappello intonato a falda larga, con due piccoli uncini al posto delle braccia a conferirle un’aria da simpatica disabile. Si ricordò d’averlo scelto in un negozio di Piazza Navona, proprio quello, tra i tanti giocattoli e soprammobili, fronzoli vari.

Era successo quando ancora le piaceva desiderare.

«Che carino!» disse Meri.

«Già, magari me lo tengo per ricordo» disse. E così fece.

LA MUSICA NON È FINITA

Ascolto Baglioni come nell’estate del ’74: non facevo in tempo a mettere il gettone nel juke box, che già il disco ricominciava a suonare il tormentone. Non so pensare a nessunaltra musica per come mi sentivo allora.

Innamorata dell’amore.

Una ragazza in spiaggia, alla quale sfiorare labbra con un filo derba, più bella coi capelli in su, fatta di sguardi e di sorrisi ingenui.

E ancora mi viene da piangere, come a quella diciannvenne abbracciata al ragazzo, sconosciuto fino a qualche mese prima, col quale condivideva un flirt estivo. E poi non solo quello.

Ora mi manchi, ma forse sto mancando io stessa alla mia vita, tra queste stanze vuote.

E mentre le attraverso, la tua immagine mi viene incontro, sei magro come negli ultimi tempi, ma il viso è ritornato giovane e spensierato, la mano che mi tendi sembra piena di promesse nuove e raccomandazioni.

Apro l’armadio, la sciarpa azzurra che mi regalasti, un paio di ballerine per la giravolta che mi riporta in pista: la musica in fondo non è finita.

La vita, soprattutto, non è finita.

LA TREGUA (quando non esisteva ancora l’Unione Europea)

Leon si sfregò le mani intirizzite. Il freddo della notte pungeva attraverso il tessuto pesante della divisa e la neve caduta per tutto il pomeriggio aveva reso il terreno come fango. Ora, all’avvicinarsi della notte, il cielo gli parve finalmente sgombro e puntellato di stelle. Pensò alla lettera che avrebbe scritto nella solitudine dell’alba, al modo per esprimere la nostalgia che si sentiva addosso e la speranza di tornare vivo e di tornare presto, poi lo distrasse la vista di Tom che si era andato a sedere accanto a lui.

«Brrrr. si gela» disse il compagno, sbuffando condensa.

Leon indugiò con lo sguardo sul ragazzo. Era molto giovane, di sicuro più di lui, persino la barba su quel volto gli sembrò non aver trovato ancora sicurezza.

«Che ti succede, cos’hai lì?» chiese indicando il pezzo di carta che l’altro continuava a srotolare e arrotolare tra le dita come in una carezza.

«Una lettera.»

«La tua bella?»

«Mia madre.» Le labbra di Tom presero una piega amara, La camicia gli aveva irritato la pelle candida intorno al collo e ora quel rossore stava risalendo verso le guance.

Leon pensò a quel primo Natale lontano da casa, dentro una buca scavata per chilometri, aspettando di battersi contro un nemico che, dall’altra parte, aspettava solo la stessa cosa… La situazione non aveva senso, nessuno di loro, e nessuno di quelli che stavano oltre la terra di nessuno, meritava di restare in quel pezzo di mondo freddo e desolato. Neppure un centimetro di quel confine poteva valere una goccia del loro sangue.

Hans si era messo al centro del gruppetto e intorno a lui tutti aspettavano di sapere che cosa avrebbe detto. Fu contento d’essersi guadagnato quel rispetto. Se lo tenevano in conto, insomma, forse gli avrebbero dato retta anche per altre cose. Un discorso, però, non sentiva di poterlo sostenere, cercò di condensare l’idea in poche, semplici parole.

«Dai preti facevo parte del coro, così, se volete, almeno un canto lo possiamo intonare.»

«Un canto, Hans, ma sei impazzito?» Subito arrivarono obiezioni verbali e sguardi scettici.

«Tra poco nostro Signore nascerà, pensate di accoglierlo a colpi di baionetta?»

I compagni risero.

«Ma se quelli di là ci sentono e ci sparano addosso?» chiese uno di loro.

Calò il silenzio, Hans intuì il peso che ognuno si sentiva sulle spalle, lo tradusse nell’immagine di una casa lontana, dei familiari che sfilavano in chiesa recando candele accese, del biglietto d’auguri che aveva tenuto appoggiato sul cuore per tutta la notte. La parola nemico perse significato, l’idea astratta contro cui combatteva prese il volto di altri uomini, altri sorrisi, madri, padri, fratelli. La sua notte si riempì della giovinezza e delle aspirazioni di tutto un continente.

Sorrise, afferrò l’armonica dal taschino e la mostrò. «Sono sicuro che nessuno sparerà, stanotte…»

«Zitti, zitti. Ascoltate…» Leon alzò le braccia per fermare il brusio. Per un attimo rimasero solo le braci rosse delle sigarette e il suono lontano di un’armonica. Riconobbe quella musica e la riconobbe anche Tom, seduto accanto a lui.

«Suonano… Silent night…» mormorò, sgranando gli occhi. Alle voci del canto in tedesco si aggiunsero via via le esclamazioni d’augurio e le risate.

«Guardate…» sentì che altri urlavano dalla postazione, così si sporse a sua volta dai sacchi. Nell’oscurità glaciale brillavano fiammelle e abeti decorati, alcuni uomini avanzavano dalla terra di nessuno, le loro voci s’avvicinavano cantando. A quel punto vide che molti dei suoi compagni uscivano dalla trincea e aprivano le braccia verso un nemico che non era più tale. Li seguì sventolando un fazzoletto, incrociò un gruppetto sorridente che recava un pallone sottobraccio, si ritrovò faccia a faccia con un biondino dalle guance in fiamme e occhi lucenti.

«Present… for… you.» mormorò quello in un inglese incerto, mentre gli offriva un ciondolo a forma di cavalluccio dorato. Leon lo prese e per ricambiare si staccò un bottone dalla giacca e lo porse al biondino insieme a un paio di sigarette. Nessuno aveva dato ordini precisi, pensò, ma la tregua era nei cuori.

Quando riprese in mano il foglio bianco, la fredda solitudine era sparita e sapeva bene anche che cosa avrebbe scritto.

Cari genitori,

è stato il Natale più meraviglioso che abbia mai passato. Eravamo in trincea la vigilia di Natale e verso le otto e mezzo di sera il fuoco era quasi cessato. Poi i tedeschi hanno cominciato a urlarci gli auguri di Buon Natale e a mettere sui parapetti delle trincee un sacco di alberi di Natale con centinaia di candele. Alcuni dei nostri si sono incontrati con loro a metà strada e gli ufficiali hanno concordato una tregua fino alla mezzanotte di Natale. Invece poi la tregua è andata avanti fino alla mezzanotte del 26, siamo tutti usciti dai ricoveri, ci siamo incontrati con i tedeschi nella terra di nessuno e ci siamo scambiati souvenir, bottoni, tabacco e sigarette. Parecchi di loro parlavano inglese. Grandi falò sono rimasti accesi tutta la notte e abbiamo cantato. È stato un momento meraviglioso e il tempo era splendido, sia la vigilia che il giorno di Natale, freddo e con le notti brillanti per la luna e le stelle”.

(Dalla lettera del caporale Leon Harris, 13esimo battaglione del London Regiment – 1914)

IL CAPPOTTO DI ZIETTA

I vetri riflettono l’asprezza di una sera segnata dal freddo e dal rosso intermittente delle ambulanze ferme all’ingresso.

Sara osserva, aspetta, il cappotto di Zietta le sta sempre più stretto. Quel regalo, perfetto per consegnarla al mondo vestita con decenza, ormai la rende impacciata, la ostacola nei movimenti. Vorrebbe sfilarselo, ma non è ancora il momento. Si guarda le spalle, il cappuccio limita la visuale, immagina di respirare a fondo, un misto di stanchezza e delusione quando il fiato non si condensa. Riprova – almeno una volta, una volta sola, per piacere prega, ma l’aria intorno rimane immobile e fredda, il cielo manda giù fiocchi sempre più spessi e bianchi.

Si decide a entrare, al chiuso tutto sembra diverso, la realtà si fonde con l’odore di disinfettante e con la forma umana di chi le passa intorno. L’uomo dietro al bancone del ricevimento mostra un’espressione indifferente, che l’attraversa senza vederla e che la incoraggia a proseguire fino al capannello di gente che sosta davanti agli ascensori. Taccuini e macchine fotografiche pronte a scattare. Sono tutti lì per il campione. La notizia della sua agonia sta facendo il giro del mondo e la stampa non vuole farsi trovare impreparata. Quel vecchio pugile, persino da suonato e cieco, pare capace di riempire le prime pagine. Un grande, è stato, eroe di sfide memorabili, spuntato da un passato oscuro, talmente oscuro che le ipotesi si sono sprecate nel corso degli anni e più nessuno sarebbe ormai in grado di distinguere il vero dal falso, la realtà dalla leggenda. Neppure lui.

Sara infila la porta delle scale – deve essere prudente, non creare scompiglio – fino al ventitreesimo piano. Scivola leggera in corridoio, aspetta che un’infermiera esca dalla camera per entrarvi, a sua volta, silenziosa.

Il vecchio steso sul letto ha gli occhi chiusi, il respiro affannoso e irregolare, i battiti impennano il tracciato dell’apparecchio posizionato di lato; una flebo gli gocciola liquidi nel braccio. Sara quasi non lo riconosce: il naso, ormai largo e schiacciato, gli ha mutato la fisionomia, le guance cascano come una stoffa a pieghe. Il tempo ha impresso sulla fronte e ai lati della bocca solchi profondi, impronte di vita sconosciuta, talmente tanta vita che lei resta sgomenta, chiedendosi se mai riuscirà a colmare in una notte sola tutto quel tempo.

La distanza da quell’altro inverno.

Freddo e neve ovunque, la periferia imbrigliata in un carosello strombazzante in cui tutti avevano fretta di tornare a casa. Nella testa di Mirko la stessa intermittenza delle luci ai semafori, del rosso ballerino delle auto perse nel traffico. Nella vita del giovane tutto era incerto, approssimativo. Colpa delle sostanze e dell’alcol, dicevano i maligni. Della sfiga, pensava lui, cresciuto per strada e bravo in niente: della scuola, neanche a parlarne, nei pensieri un mulinello che non voleva mai fermarsi. Però saltava, correva, gli piaceva battersi. Il fisico di un gigante che l’aveva reso popolare tra i bulli del quartiere, tanto che persino Max – Max era uno in gamba, uno che comandava – l’aveva avvicinato.

«Con noi si fanno i soldi. Ci stai?» s’era sentito chiedere e non aveva avuto dubbi. Era entrato nel giro dello spaccio conquistandosi un certo rispetto nell’ambiente. Aveva fatto colpo su Mina, sottile, i capelli ricci e brillanti, gli occhi dolci. Sballata come lui, e Mirko l’aveva preferita a tante altre smorfiose che frequentavano la scuola e lo mettevano in soggezione.

S’erano voluti bene e, se anche lei qualche volta si faceva, la bambina era nata bella e sana. Un capolavoro inaspettato per due così precari, discontinui, occupanti di una vecchia casa dove andava e veniva strana gente. Una vita a singhiozzo, come i soldi che a volte c’erano, a volte no, dove non importava se qualche amico moriva con l’ago nel braccio o spiaccicato negli incidenti del sabato notte, dove anche il destino di Mina s’era incrociato con un’overdose, e dopo s’era sfasciata anche la banda, un nuovo boss, più feroce, aveva sostituito l’amico Max e Mirko s’era dovuto adattare, con la bambina da mantenere, a minacciare, a picchiare.

Nel turbinio di quella sera, dunque, Mirko pensava intermittente, guidando il maggiolino scassato che sbuffava nero a ogni accelerata, e nemmeno si ricordava più che cosa fossero bene e male. Gli venne solo in mente, a un certo punto, che sua figlia di sette anni l’aspettava, ma pure che lui aveva ancora una consegna da fare. Decise di passare prima da casa, così la piccola non si sarebbe arrabbiata. Era Natale e persino i delinquenti di terza fascia avevano diritto a stare in famiglia. E poi, lo scambio era previsto poco lontano dalla casa di sua cognata, dove avrebbero scartato i regali.

Inchiodò davanti al fabbricato coi muri scrostati, dette un colpetto di clacson e guardò verso la finestra del primo piano. Una luce si spense quasi subito e Sua figlia apparve dal portone, agitando un pacchetto col fiocco rosso, aprì lo sportello dell’auto e si sedette accanto a lui.

«Ciao, pa’!»

«E quello?» Mirko alzò il mento per indicare la confezione che la bambina aveva tra le mani.

«Saponette profumate.»

«Brava, piccola. A Zietta piacciono queste cose. Chissà che cosa t’ha comprato, lei, quest’anno. Sei curiosa?»

La piccola annuì, lo sguardo furbetto, un ricciolo nero le ricadde sulla fronte. Mirko sorrise, la pupa ha proprio gli stessi capelli di sua madre, ingranò la marcia, partì. Non parlarono più, lei distratta a guardare dal finestrino. Solo quando vide l’auto deviare verso il fiume mostrò di nuovo un guizzo di interesse.

«Questa non è la strada giusta, pa’, dove andiamo?»

«Devo vedere un tipo, ci metto poco» spiegò Mirko.

Oltrepassarono due ponti, proseguirono sull’argine, fino a quando dalle canne non lampeggiarono altri fari. Tre colpi di luce, netti, intervallati. Il segnale. Mirko accostò e scese, individuò i due uomini che gli facevano luce con le torce, a loro porse il pacchetto, come previsto, ma, invece del denaro che si aspettava in cambio, gli fischiarono di lato dei colpi di pistola. Arretrò, in un lampo rimontò in auto e partì a retromarcia. Una sterzata lo rimise nella direzione giusta, ma era una fuga senza speranze. Lo capì quando l’altra auto sbucò di fianco e cominciò a tamponarlo per buttarlo fuori strada. Lui tenne testa finché poté, poi l’argine franò sotto le ruote; gli parve che l’auto stesse decollando e cominciasse a volare. E volò, infatti, e dopo sprofondò nell’acqua torbida. Mirko si ritrovò a bagno nel fiume, vicino al maggiolino che affondava. Nuotò come un disperato per spostarsi dall’altro lato, si immerse, scorse il volto implorante della figlia, imprigionata tra i sedili, come una macchia bianca attraverso il vetro, le bollicine del fiato che s’andavano perdendo dalla bocca spalancata. Afferrò la maniglia, cercò di scardinarla, dette calci al finestrino e a tutto quello che stava tra lui e la piccola. Gli parve di leggere su quelle labbra un pa-pà-non-mi-la-scia-re che gli s’aggrappò al cervello e lo rese quasi pazzo. Rimase lì, impotente, finché lei non si mosse più, forse anche oltre, finché l’istinto non lo rimandò in superficie. Vagò sull’argine per qualche tempo, in un silenzio gelido e solitario. Svenne stremato sull’erba ghiacciata di un fosso, poi si svegliò nel grigio di un’alba ancora più fredda, senza memoria. Salì su un treno merci e poi, da clandestino, su una nave cargo.

Sparì.

Il vecchio campione sogna, negli ultimi tempi i sogni sembrano l’unico rifugio possibile tra le ombre che manovravano accanto al letto. Alcuni sono sogni a colori, raccontano i successi e le vittorie, gli lasciano dentro un dolce appagamento. Altri, invece, stazionano in un angolo della mente, come in un ripostiglio senza finestre, dolorosamente in bianco e nero o addirittura ciechi come lui, nascondono qualcosa, lo angosciano.

Un tintinnio soffocato lo fa svegliare. Socchiude gli occhi sull’oscurità di sempre, sul cadere costante della goccia della flebo.

«Chi c’è?» chiede ansioso.

«Tranquillo» risponde una voce vibrante e sconosciuta «sono io.»

Il vecchio si agita, i tubicini si muovono intorno al braccio, avvolgendolo come una spirale. La voce gli sembra uscita da una delle sue visioni in bianco e nero.

«E chi saresti, tu, ci conosciamo? Avvicinati, fatti toccare.»

La voce allora gli sfiora il braccio abbandonato sul lenzuolo.

«Eccomi» avvolge la sua mano inerte, indugiando in un contatto che sembra una carezza. Il vecchio rabbrividisce, ma non ha forza per ritrarsi. Scuote la testa.

«Sembri giovane, da dove vieni?». Per un attimo immagina la marea di volti sconosciuti accalcati all’ingresso, hanno sempre qualcosa da chiedere, anche se lui di beneficenza ne fa già tanta. «Vuoi una foto…»

«Niente foto.»

«Dei soldi, allora… »

«Non mi serve la carità, mi servi tu.»

«Io? Non capisco, sono solo un vecchio senza speranze.»

«La speranza sta nel colore dei nostri occhi, in quello della carnagione e dei capelli… Anzi no, i capelli somigliano a quelli di mia madre, lo hai sempre detto anche tu.»

La mente del campione si spalanca sul vuoto dell’assenza, il respiro si appesantisce. Il passato dimenticato prende forma, gli riporta il suo vero nome e quella giovinezza senza senso, la sera in cui correva con la piccola di fianco, gli spari, l’acqua torbida. Cerca di sollevarsi sui cuscini, ma viene meno, nega col capo qualcosa di impossibile da accettare.

«No, non può essere, la mia Sara annegò nel fiume tanti anni fa, per colpa mia…» Annaspa ancora, disperato, ma la voce accanto a lui si trasforma in tenerezza, un conforto che riesce a sciogliere tutto il dolore del ricordo.

«Sssshhhh… Il passato è passato, ora non devi preoccuparti, abbracciami.»

Il vecchio pare rassicurarsi, sorride, o meglio, crede di sorridere, anche se solo un angolo della bocca si è mosso e un rivolo di saliva gli ha gorgogliato tra le labbra secche. Il respiro, irregolare come la sua vita d’un tempo, sta frenando e quando infine lui riapre gli occhi le pupille gli brillano di nuova consapevolezza.

«Quindi sei proprio Sara, ora posso vederti, non sei cambiata, anzi, sembri più bella vestita così…»

«È il cappotto che Zietta mi comprò per regalo.»

«Quel… Natale?»

«Sì, e me lo mise addosso per il funerale, mi preparò per bene, mi aggiustò i capelli, ma tu non c’eri e non potesti vedermi.»

Ora il vecchio ha capito, ora sa tutto, osserva se stesso abbandonato sul letto e l’ordine perfetto della stanza, i guantoni appesi insieme alla cintura da campione di cui è sempre andato fiero, rimasta lì per la vanità del mondo.

Sara gli tende la mano. «S’è fatto tardi, il cielo è aperto, dobbiamo andare», dice e mentre lo dice pensa che sia arrivato anche il momento di togliersi il cappotto di Zietta, diventato negli anni sempre più stretto. Se lo sfila e la camera si riempie della forza abbagliante di due ali dispiegate finalmente libere. Afferra la mano del vecchio Mirko, la stringe forte, questa volta più forte di qualunque stretta si possa immaginare, e lo solleva con sé, fluttuando, verso la finestra del ventitreesimo piano. Insieme la scavalcano e puntano in alto, sempre più in alto, proprio dove origina la nevicata.

(Fine)