IL CAPPOTTO DI ZIETTA

I vetri riflettono l’asprezza di una sera segnata dal freddo e dal rosso intermittente delle ambulanze ferme all’ingresso.

Sara osserva, aspetta, il cappotto di Zietta le sta sempre più stretto. Quel regalo, perfetto per consegnarla al mondo vestita con decenza, ormai la rende impacciata, la ostacola nei movimenti. Vorrebbe sfilarselo, ma non è ancora il momento. Si guarda le spalle, il cappuccio limita la visuale, immagina di respirare a fondo, un misto di stanchezza e delusione quando il fiato non si condensa. Riprova – almeno una volta, una volta sola, per piacere prega, ma l’aria intorno rimane immobile e fredda, il cielo manda giù fiocchi sempre più spessi e bianchi.

Si decide a entrare, al chiuso tutto sembra diverso, la realtà si fonde con l’odore di disinfettante e con la forma umana di chi le passa intorno. L’uomo dietro al bancone del ricevimento mostra un’espressione indifferente, che l’attraversa senza vederla e che la incoraggia a proseguire fino al capannello di gente che sosta davanti agli ascensori. Taccuini e macchine fotografiche pronte a scattare. Sono tutti lì per il campione. La notizia della sua agonia sta facendo il giro del mondo e la stampa non vuole farsi trovare impreparata. Quel vecchio pugile, persino da suonato e cieco, pare capace di riempire le prime pagine. Un grande, è stato, eroe di sfide memorabili, spuntato da un passato oscuro, talmente oscuro che le ipotesi si sono sprecate nel corso degli anni e più nessuno sarebbe ormai in grado di distinguere il vero dal falso, la realtà dalla leggenda. Neppure lui.

Sara infila la porta delle scale – deve essere prudente, non creare scompiglio – fino al ventitreesimo piano. Scivola leggera in corridoio, aspetta che un’infermiera esca dalla camera per entrarvi, a sua volta, silenziosa.

Il vecchio steso sul letto ha gli occhi chiusi, il respiro affannoso e irregolare, i battiti impennano il tracciato dell’apparecchio posizionato di lato; una flebo gli gocciola liquidi nel braccio. Sara quasi non lo riconosce: il naso, ormai largo e schiacciato, gli ha mutato la fisionomia, le guance cascano come una stoffa a pieghe. Il tempo ha impresso sulla fronte e ai lati della bocca solchi profondi, impronte di vita sconosciuta, talmente tanta vita che lei resta sgomenta, chiedendosi se mai riuscirà a colmare in una notte sola tutto quel tempo.

La distanza da quell’altro inverno.

Freddo e neve ovunque, la periferia imbrigliata in un carosello strombazzante in cui tutti avevano fretta di tornare a casa. Nella testa di Mirko la stessa intermittenza delle luci ai semafori, del rosso ballerino delle auto perse nel traffico. Nella vita del giovane tutto era incerto, approssimativo. Colpa delle sostanze e dell’alcol, dicevano i maligni. Della sfiga, pensava lui, cresciuto per strada e bravo in niente: della scuola, neanche a parlarne, nei pensieri un mulinello che non voleva mai fermarsi. Però saltava, correva, gli piaceva battersi. Il fisico di un gigante che l’aveva reso popolare tra i bulli del quartiere, tanto che persino Max – Max era uno in gamba, uno che comandava – l’aveva avvicinato.

«Con noi si fanno i soldi. Ci stai?» s’era sentito chiedere e non aveva avuto dubbi. Era entrato nel giro dello spaccio conquistandosi un certo rispetto nell’ambiente. Aveva fatto colpo su Mina, sottile, i capelli ricci e brillanti, gli occhi dolci. Sballata come lui, e Mirko l’aveva preferita a tante altre smorfiose che frequentavano la scuola e lo mettevano in soggezione.

S’erano voluti bene e, se anche lei qualche volta si faceva, la bambina era nata bella e sana. Un capolavoro inaspettato per due così precari, discontinui, occupanti di una vecchia casa dove andava e veniva strana gente. Una vita a singhiozzo, come i soldi che a volte c’erano, a volte no, dove non importava se qualche amico moriva con l’ago nel braccio o spiaccicato negli incidenti del sabato notte, dove anche il destino di Mina s’era incrociato con un’overdose, e dopo s’era sfasciata anche la banda, un nuovo boss, più feroce, aveva sostituito l’amico Max e Mirko s’era dovuto adattare, con la bambina da mantenere, a minacciare, a picchiare.

Nel turbinio di quella sera, dunque, Mirko pensava intermittente, guidando il maggiolino scassato che sbuffava nero a ogni accelerata, e nemmeno si ricordava più che cosa fossero bene e male. Gli venne solo in mente, a un certo punto, che sua figlia di sette anni l’aspettava, ma pure che lui aveva ancora una consegna da fare. Decise di passare prima da casa, così la piccola non si sarebbe arrabbiata. Era Natale e persino i delinquenti di terza fascia avevano diritto a stare in famiglia. E poi, lo scambio era previsto poco lontano dalla casa di sua cognata, dove avrebbero scartato i regali.

Inchiodò davanti al fabbricato coi muri scrostati, dette un colpetto di clacson e guardò verso la finestra del primo piano. Una luce si spense quasi subito e Sua figlia apparve dal portone, agitando un pacchetto col fiocco rosso, aprì lo sportello dell’auto e si sedette accanto a lui.

«Ciao, pa’!»

«E quello?» Mirko alzò il mento per indicare la confezione che la bambina aveva tra le mani.

«Saponette profumate.»

«Brava, piccola. A Zietta piacciono queste cose. Chissà che cosa t’ha comprato, lei, quest’anno. Sei curiosa?»

La piccola annuì, lo sguardo furbetto, un ricciolo nero le ricadde sulla fronte. Mirko sorrise, la pupa ha proprio gli stessi capelli di sua madre, ingranò la marcia, partì. Non parlarono più, lei distratta a guardare dal finestrino. Solo quando vide l’auto deviare verso il fiume mostrò di nuovo un guizzo di interesse.

«Questa non è la strada giusta, pa’, dove andiamo?»

«Devo vedere un tipo, ci metto poco» spiegò Mirko.

Oltrepassarono due ponti, proseguirono sull’argine, fino a quando dalle canne non lampeggiarono altri fari. Tre colpi di luce, netti, intervallati. Il segnale. Mirko accostò e scese, individuò i due uomini che gli facevano luce con le torce, a loro porse il pacchetto, come previsto, ma, invece del denaro che si aspettava in cambio, gli fischiarono di lato dei colpi di pistola. Arretrò, in un lampo rimontò in auto e partì a retromarcia. Una sterzata lo rimise nella direzione giusta, ma era una fuga senza speranze. Lo capì quando l’altra auto sbucò di fianco e cominciò a tamponarlo per buttarlo fuori strada. Lui tenne testa finché poté, poi l’argine franò sotto le ruote; gli parve che l’auto stesse decollando e cominciasse a volare. E volò, infatti, e dopo sprofondò nell’acqua torbida. Mirko si ritrovò a bagno nel fiume, vicino al maggiolino che affondava. Nuotò come un disperato per spostarsi dall’altro lato, si immerse, scorse il volto implorante della figlia, imprigionata tra i sedili, come una macchia bianca attraverso il vetro, le bollicine del fiato che s’andavano perdendo dalla bocca spalancata. Afferrò la maniglia, cercò di scardinarla, dette calci al finestrino e a tutto quello che stava tra lui e la piccola. Gli parve di leggere su quelle labbra un pa-pà-non-mi-la-scia-re che gli s’aggrappò al cervello e lo rese quasi pazzo. Rimase lì, impotente, finché lei non si mosse più, forse anche oltre, finché l’istinto non lo rimandò in superficie. Vagò sull’argine per qualche tempo, in un silenzio gelido e solitario. Svenne stremato sull’erba ghiacciata di un fosso, poi si svegliò nel grigio di un’alba ancora più fredda, senza memoria. Salì su un treno merci e poi, da clandestino, su una nave cargo.

Sparì.

Il vecchio campione sogna, negli ultimi tempi i sogni sembrano l’unico rifugio possibile tra le ombre che manovravano accanto al letto. Alcuni sono sogni a colori, raccontano i successi e le vittorie, gli lasciano dentro un dolce appagamento. Altri, invece, stazionano in un angolo della mente, come in un ripostiglio senza finestre, dolorosamente in bianco e nero o addirittura ciechi come lui, nascondono qualcosa, lo angosciano.

Un tintinnio soffocato lo fa svegliare. Socchiude gli occhi sull’oscurità di sempre, sul cadere costante della goccia della flebo.

«Chi c’è?» chiede ansioso.

«Tranquillo» risponde una voce vibrante e sconosciuta «sono io.»

Il vecchio si agita, i tubicini si muovono intorno al braccio, avvolgendolo come una spirale. La voce gli sembra uscita da una delle sue visioni in bianco e nero.

«E chi saresti, tu, ci conosciamo? Avvicinati, fatti toccare.»

La voce allora gli sfiora il braccio abbandonato sul lenzuolo.

«Eccomi» avvolge la sua mano inerte, indugiando in un contatto che sembra una carezza. Il vecchio rabbrividisce, ma non ha forza per ritrarsi. Scuote la testa.

«Sembri giovane, da dove vieni?». Per un attimo immagina la marea di volti sconosciuti accalcati all’ingresso, hanno sempre qualcosa da chiedere, anche se lui di beneficenza ne fa già tanta. «Vuoi una foto…»

«Niente foto.»

«Dei soldi, allora… »

«Non mi serve la carità, mi servi tu.»

«Io? Non capisco, sono solo un vecchio senza speranze.»

«La speranza sta nel colore dei nostri occhi, in quello della carnagione e dei capelli… Anzi no, i capelli somigliano a quelli di mia madre, lo hai sempre detto anche tu.»

La mente del campione si spalanca sul vuoto dell’assenza, il respiro si appesantisce. Il passato dimenticato prende forma, gli riporta il suo vero nome e quella giovinezza senza senso, la sera in cui correva con la piccola di fianco, gli spari, l’acqua torbida. Cerca di sollevarsi sui cuscini, ma viene meno, nega col capo qualcosa di impossibile da accettare.

«No, non può essere, la mia Sara annegò nel fiume tanti anni fa, per colpa mia…» Annaspa ancora, disperato, ma la voce accanto a lui si trasforma in tenerezza, un conforto che riesce a sciogliere tutto il dolore del ricordo.

«Sssshhhh… Il passato è passato, ora non devi preoccuparti, abbracciami.»

Il vecchio pare rassicurarsi, sorride, o meglio, crede di sorridere, anche se solo un angolo della bocca si è mosso e un rivolo di saliva gli ha gorgogliato tra le labbra secche. Il respiro, irregolare come la sua vita d’un tempo, sta frenando e quando infine lui riapre gli occhi le pupille gli brillano di nuova consapevolezza.

«Quindi sei proprio Sara, ora posso vederti, non sei cambiata, anzi, sembri più bella vestita così…»

«È il cappotto che Zietta mi comprò per regalo.»

«Quel… Natale?»

«Sì, e me lo mise addosso per il funerale, mi preparò per bene, mi aggiustò i capelli, ma tu non c’eri e non potesti vedermi.»

Ora il vecchio ha capito, ora sa tutto, osserva se stesso abbandonato sul letto e l’ordine perfetto della stanza, i guantoni appesi insieme alla cintura da campione di cui è sempre andato fiero, rimasta lì per la vanità del mondo.

Sara gli tende la mano. «S’è fatto tardi, il cielo è aperto, dobbiamo andare», dice e mentre lo dice pensa che sia arrivato anche il momento di togliersi il cappotto di Zietta, diventato negli anni sempre più stretto. Se lo sfila e la camera si riempie della forza abbagliante di due ali dispiegate finalmente libere. Afferra la mano del vecchio Mirko, la stringe forte, questa volta più forte di qualunque stretta si possa immaginare, e lo solleva con sé, fluttuando, verso la finestra del ventitreesimo piano. Insieme la scavalcano e puntano in alto, sempre più in alto, proprio dove origina la nevicata.

(Fine)

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